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Da vedere

La Chiesa sul Monte San Giorgio

Sorge in posizione dominante sulla sommità del Monte San Giorgio, a quota 837 ed è raggiungibile con una piacevole escursione a piedi di circa 2 ore.
Il documento più antico che parla della chiesa risale al 999, quando compare in una transazione di beni tra il vescovo di Torino Gezone e il monastero di San Solutore; se ne parla nuovamente in una conferma degli stessi beni del 1018.
Nel 1064 la chiesa viene ricordata nella donazione della contessa Adelaide, marchesa di Torino, all'abbazia di Santa Maria di Pinerolo; la donazione è poi confermata nel 1122 da Papa Callisto II.
A questo periodo riportano i caratteri costruttivi e stilistici dell'edificio.
La chiesa è a tre piccole navate con absidi semicircolari e porticato.
Il catino dell'abside centrale mostrava, ancora agli inizi degli anni Ottanta, affreschi del XIV secolo, in seguito purtroppo manomessi da un furto.

Una campagna di scavi archeologici, organizzata nel 1979 in collaborazione con l'Università di Torino, ha portato alla luce i resti e le strutture di una costruzione adiacente alla chiesa: probabilmente quel piccolo cenobio benedettino nominato in alcuni documenti di cui la chiesa era parte. Ora del cenobio, che sorgeva nello spazio in modesta pendenza che si apre ad oves della chiesa, non resta praticamente traccia.

Nel 1654 la chiesa è ancora dell'abbazia di Pinerolo e tale resta fino al 1802 quando viene consegnata al governo francese.

                                                       

 

I Castelli

Sullo sperone che dalla cima del Monte San Giorgio si protende verso sud fino alla pianura, si osservano un insieme di costruzioni che la tradizione popolare definisce "i castelli", anche se molti di essi sono semplici caseforti e palazzi.

 

Il più antico, che risale almeno al X secolo ed è situato nella posizione più elevata (457 m) è chiamato Castellaccio. Poco a valle del Castellaccio vi è il Palazzo Piossasco-De Rossi, dal nome del suo committente Gian Michele Piossasco-De Rossi: l'edificio del XVII-XVIII secolo è rimasto incompiuto e ricorda i palazzi sabaudi di Torino.

Ancora più in basso vi è il Castello dei Nove Merli, costruito probabilmente nel XIV secolo, ma ampiamente rimaneggiato e caratterizzato da una torre di recente costruzione.

Più a valle si trovano altre due costruzioni: quella ad ovest detta della contessa Palma di Borgofranco, ricorda nella struttura una casaforte; l'altra, situata ad est, presenta una serie di corpi a torre a cui successivamente si è collegato un lungo caseggiato ristrutturato all'inizio del Novecento: per il suo utilizzo nei passati decenni è nota come ex Casa salesiana e ora ospita una casa di riposo.

Edifici minori come stalle e depositi vengono ricordati da consegnamenti, carte e mappe, ma ne rimangono scarse tracce, come quelle dell'edificio prossimo alla porta Nuova, adibito per anni a casa del giardiniere.
Altre nove costruzioni signorili, castelli o semplici palazzine, vengono ricordati nel Borgo Piazza e si può presumere che corrispondano ad alcuni dei palazzi signorili del borgo.

Rimangono infine tracce e fondamenta di altri due palazzi consortili risalenti alla metà del XVIII secolo, i cui committenti erano il conte Vittorio Piossasco-Rivalba e il conte di Bardassano: i resti di questi edifici e di una porta pedonale si trovano in prossimità della fontana della Brinda, ma sono difficilmente individuabili.

                                         

Le mura di fortificazione

                       

Dal Castellaccio scendono fino al livello di via del Campetto i resti delle mura di fortificazione, ben conservati soptrattutto lungo questa via. Partendo dal Castellaccio, le mura seguono sul versante sud-ovest il degradare della collina, poi volgono quasi ad angolo verso sud-est disegnando una sacca ovoidale.
In passato avevano forse il loro punto di svolta a un livello molto superiore rispetto all'attuale, che invece costeggia la strada panoramica: probabilmente le mura piegavano a est tra l'attuale castello dei Nove Merli e il palazzo detto della contessa Palma, dove si apriva una porta.

A rafforzare questa ipotesi, si segnalano le pretese dei rustici che rivendicavano come proprietà comune i terreni su questo pendio, nonché la presenza di nuove aperture, abbattimenti, ricostruzioni e ridotte a sud. Sembra dunque avvalorata l'ipotesi che l'angolo di sud-ovest della cinta muraria abbia subito nel tempo un graduale slittamento verso il basso, quando non era più prevalente l'interesse a consolidare le difese del castello, piuttosto quello di racchiudere e circoscrivere in un unico ambito le vecchie e nuove edificazioni signorili, sorte a scapito di terreni della comunità.
Sul versante che guarda San Vito le mura risalivano verso il Castello dei Nove Merli, con un tracciato visibile solo in minima parte.
Non è quindi agevole ricostruirne il tracciato, ma si può supporre che non abbiano mai inglobato il villaggio e che solo con alcune ridotte raggiungessero le case del borgo antico.

 

 

Il Castellaccio o Gran Merlone

           

Curiose entrambe queste denominazioni popolari.
La seconda riprende probabilmente l'appellativo "Merlo", frequente nella famiglia signorile dei Piossasco fin dalle origini.

La prima è forse dovuta ad antico disprezzo verso il simbolo del potere dei signori, oppure attribuita al castello per sottolinearne lo stato rovinoso dopo la distruzione delle armate francesi.

È il castello situato più in alto, quello più antico.
Sulla forma e dimensioni dell'edificio, distrutto dalle armate del Catinat nel 1693, ci rimangono solo rilevamenti catastali, annotazioni e uno schizzo del secolo scorso frutto della ricognizione dell'architetto portoghese D'Andrade che ci permette di cogliere alcuni particolari ormai cancellati dal degrado che va accentuandosi con il passare del tempo.

Pur usando un tono dubitativo, l'architetto rilevava in questi ruderi la presenza di costruzioni di almeno tre epoche distinte.
Nella parte più elevata individuava i resti di una torre e di un fabbricato quadrangolare con in cima delle finestrelle a feritoia strettissime che indurrebbero a pensare proprio ad una costruzione longobarda. Rilevava inoltre la presenza di una porta alta, a cui in un secondo tempo era stata appoggiata una scala a due rampe. La porta sopraelevata, secondo l'architetto, doveva condurre all'interno del castello.
La parte dell'edificio più vetusta, egli annotava ancora, si presentava cinta da mura giustapposte a modo di camicia, tutto attorno. All'interno, a sud-est, i resti di una torre-abitazione, mentre a nord, verso il colle della Croce, un campo quadrangolare recintato e poco più sotto in direzione di S. Vito, un accesso pedonale, la cui esatta individuazione era impossibile già lo scorso secolo, perché l'antico muro era stato sostituito in epoca più recente da uno a secco.
All'interno dell'angusto spazio recintato viene ricordata la presenza di una cisterna per l'acqua di forma rettangolare con volta a sesto acuto di dimensioni non eccezionali. L'architetto la trova simile ad un'altra, presente nel castello di Avigliana, e osserva che, con una così piccola riserva d'acqua, i dimoranti non dovessero essere molti, oppure fossero talmente sicuri di poter far fronte ad ogni evenienza.

Se il castello fosse un tempo inespugnabile è oggi difficile dirlo: è certo che le caratteristiche della collina ci fanno pensare ad una reale difficoltà ad attaccarlo in forze.
Il ripido degradare del lato ovest e sud-ovest, le fortificazioni sul versante opposto, l'aspetto impervio e selvatico con presenza di folta vegetazione, la mancanza di strade dalla parte di S. Vito erano una buona garanzia contro improvvise aggressioni.
A questo aspetto severo era affidata la dissuasione e la difesa, mancando fossati e ponti levatoi impossibili da attivare per la scarsa presenza di corsi d'acqua nelle vicinanza. L'unico rivo che scorre dalla vicina Montagnassa prende, attraverso una stretta gola, la via della pianura molto più in basso, verso la frazione Cappella e con il suo letto profondo e incavato contribuiva a rendere difficoltosa la salita verso il castello.
Appena fuori le mura, vicino al passaggio pedonale, c'era una fonte detta "della Brinda", da cui ancora in epoca recente, con un sistema di tubazioni, si faceva defluire l'acqua all'interno delle mura del ricetto. Più in basso sul versante sud ovest vi erano due pozzi, detti comunemente "della contessa". Anche il piccolo corso d'acqua ricordato che, a monte, passa in prossimità delle mura, nonostante il suo regime torrentizio poteva essere fonte di approvvigionamento idrico.
La capacità abitativa, visto lo sviluppo della costruzione, sembra via via essersi adeguata alle mutate esigenze e condizioni storiche.

La struttura più elevata, che ci fa pensare ad una torre-abitazione, non doveva essere molto capiente, mentre l'altra costruzione racchiusa nelle mura doveva avere una discreta ampiezza tale da ospitare, come risulta da documenti, alcuni dei signori di Piossasco con largo seguito di familiari e servi, fino al XVI secolo.

 

                                                La Porta Nuova

 

All'osservatore medievale la collina incastellata doveva apparire molto più impervia e inaccessibile rispetto ad oggi: bosco e foresta si incuneavano tra case e prati, dando alla collina un aspetto impervio e selvaggio. Ancor oggi comunque lo sperone su cui sorgono i castelli non ha perso del tutto la sua imponenza; verso est lo scosceso pendio boscoso domina e ripara la conca di San Vito mentre a sud ovest il dirupato versante difende naturalmente lo sperone dei castelli.

Il castello che domina il luogo da questo rilievo sembra dunque volgersi più verso ovest e sud ovest piuttosto che verso San Vito. Questa considerazione è suggerita anche dal fatto che la più antica porta d'accesso attraverso il ricetto si apriva sul lato ovest: tale porta ora perduta, si chiamava di "Testafer". Invece la porta siutata ad est, attraverso la quale ancor oggi si passa provenendo da S. Vito è detta Porta Nuova o d'Oriente.

D'Andrade, pur avendo intuito che da qualche parte ci dovesse essere un secondo ingresso più importante e antico, nei suoi appunti annotava di non essere stato in grado di individuare la porta ovest e rilevava solo la Porta d'Oriente e una piccola porta pedonale sul sentiero della fontana della Brinda

 

Castello Piossasco-De Rossi

 

In posizione intermedia tra il castello dei Nove Merli e il Castellaccio, sull'antico camminamento che portava a quest'ultimo, sorge un edificio del XVII-XVIII secolo incompiuto e molto segnato dal tempo.
Lo stile dell'edificio segna il passaggio dagli edifici militari e politico-patrimoniali al tentativo di costruire delle dimore di piacere nell'ambito del ricetto di Piossasco.
Il committente di quest'opera è GianMichele Piossasco De Rossi (1654-1732) personaggio eminente del periodo di Vittorio Amedeo II di cui imita nel piccolo il fervore edificatorio.
Pur essendo fondatore e comandante del reggimento Savoia, generale e cavaliere dell'Ordine SS.Annunziata non può permettersi questi lussi da mecenate anche perché la famiglia è numerosa. Tuttavia egli pose mano nei suoi feudi a varie opere come la ristrutturazione del castello di Virle e la costruzione di quello di None oltre a quello piossaschese. Il Manno dice che in questo modo rovinò il suo patrimonio per la smania e boria di fabbricare.

L'edificio presenta a chi lo osserva dal basso sulla destra un corpo più elevato di forma quadrangolare dove oltre le aperture si notano i movimenti del cornicione mattonato con due finte finestre.
Sulla parte sinistra la struttura presenta una porta arcata a pianterreno e due file di tre finestre corrispondenti ai due piani probabilmente con il tempo collassati.
Internamente rimane la grande cappa fumaria sul muro perimetrale e i piedi di appoggio delle solette. L'asimmetria della struttura è dovuta all'incompiutezza dell'opera che quasi certamente prevedeva lo sviluppo di un'altra ala sulla destra in modo da rendere centrale la parte sopraelevata.
Il progettista di tale opera è tutt'oggi ignoto ma da ricercarsi nella cerchia di architetti della prima metà del settecento come il Castellamonte, Juvarra o minori come Benedetto Alfieri e Ignazio Birago che lavorarono ad alcuni palazzi dei Piossasco.

 

 

   

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